Quanti metri quadri fanno la felicità? A vedere il successo recente delle tiny House, ne bastano pochi. Per ridurre l’impronta ecologica, ma anche per il piacere di realizzare un progetto a scala umana, in tanti investono nelle micro homes, in case “monoporzione” o addirittura in camper abitabili. Il fenomeno ha ormai suscitato anche l’interesse dei grandi nomi dell’architettura.

L’originale di Pietro Belluschi

Se lo starchitect italiano degli anni '50 è conosciuto per i suoi grattacieli faraonici e le sue chiese di cemento, Belluschi è noto anche per aver poggiato nel suo giardino di Portland la prima “pietra”, anzi la trave, del movimento tiny house negli anni '60. Originariamente un ripostiglio per arnesi, la minuscola casetta è stata ristrutturata con legno di cedro come abitazione principale, poi attrezzata con una doccia integrata, per ricavare la perfetta tea house, ideale per la meditazione o la siesta. Da qui, il gioco del “quanto basta” è diventato un passatempo per diversi architetti famosi.

Renzo Piano immagina la Diogene

Come la botte “minimal” del filosofo greco, il caravan disegnato dall’ideatore del Centro Pompidou è di legno, auto-sufficiente e conta solo 7,5 metri quadri. Eppure racchiude tutto il necessario: un letto, un tavolo, una cucina, una toilette, pannelli solari e collettori di acqua piovana. Disegnato come alloggio di emergenza per le zone disastrate, può anche essere allocato in giardino in alternativa al camper. Il design tondo e accogliente è il tocco in più!

Diogene – Renzo Piano
Diogene – Renzo Piano @ Renzo Piano

Il caravan rivisitato

Icona di Hollywood dove fungeva da camerino, il mitico trailer Airstream e il suo carapace di metallo lucido hanno sempre ispirato i microhomers, per un motivo “furbo”: in California, se la casa ha le ruote, non si pagano le tasse. Forse per questo lo studio Edmond+Lee accolse la richiesta di un imprenditore di startup per disegnare il perfetto ufficio mobile. La roulotte consta ormai di una scrivania moderna, una cucina e uno spazio relax che fa il miglior uso delle pareti curve. Dotato di impianti acqua e luce, si può sempre fissare al pickup per andare a meditare o a lavorare dove la vista è più bella! Meno ruote ma più personalità, c’è la casa Ojalà dell’italiana Beatrice Bonzanigo. La yurta, tonda e off-the-grid, si vuole una versione lussuosa e architettonica del camper.

Design portatile
Design portatile Casa Ojalá è una proposta di tiny house trasportabile che non nasconde la raffinatezza degli “interni“. © Alessandro Parena/Casa Ojalá

Prefabbricato all’italiana

Ridurre i costi e semplificare le soluzioni abitative è il mantra delle tiny house. Mandalaki Studio (Milano) l’ha capito con la sua casa Monocabin, 27 metri quadri di super-design. In più, con un isolamento termico ecologico fino a fine vita e un design luminoso, la superficie ristretta non salta all’occhio.

La soluzione anticrisi di Yves Behar

Già padre della casa piccola robotizzata, il designer si lancia adesso contro la crisi dell’immobiliare nella Silicon Valley. Il design modulare, tutto vetro fuori e legno dentro, offre uno spazio estensibile da 23 a 112 metri quadrati per accomodare i California dreamers: studenti, anziani, ma anche lavoratori di startup che non si possono permettere gli affitti della Bay Area. I moduli prefabbricati si assemblano ovunque e i prezzi partono da 100.000 dollari, molto meno di una superficie simile a San Francisco.

Prezioso scrigno

Maria Pellegrini, l’architetta brasiliana torna alle origini delle micro homes: i container industriali. Riciclati, trasformati e bene isolati, creano una CasaContainer di 18 mq perfetta per due, soprattutto se vi piace lo stile pulito dello studio giapponese Nendo. La dimora assume il lusso degli interni, con superfici di quartz e porcellana indurita, a prova del tempo. Il resto dei mobili si ispirano all’anti-brand Muji, sempre dal Giappone, con superfici lucide e forme minimal chic. Più accessibili, i container non smettono di ispirare i micro-architetti, come Fraser Brown MacKenna e le sue case popolari dai tetti verdi, o l’audace “bouquet” di container ideato da James Whitaker nel deserto di Joshua Tree.

Il microcosmo urbano di Takeshi Hosaka

Ma la tiny house non è per forza mobile, modulare e remota. Lo dimostra l’architetto edochiano con il suo duplex di 18 metri quadri in centro a Tokyo. Ispirato dalle dimore di famiglie locali del dopoguerra, che condividevano in quattro meno di 10 mq, ha deciso di trarre il meglio dalla superficie, ricreando in chiave brutalista l’antica Domus romana, che porta luce e acqua piovana dentro casa tramite un tetto inclinato di cemento liscio. La Love2House si sviluppa in verticale e compensa con una doccia all’aperto molto moderna. Altro progetto spremuto in un centro urbano: la Micr’home di Myrtille Drouet sviluppa 26 metri quadri su tre piani, larghi solo 2 metri in facciata, sopra un vicolo del centro di Nantes in Francia. È ormai un’attrazione turistica!

Love2 House – Takeshi Osaka Architects
Love2 House – Takeshi Osaka Architects © Koji Fujii / Nacasa&Partners Inc.

La casa che cresce

L’architetta Maria Vergopoulou dello studio Zaha Hadid spinge oltre la definizione di casa DIY. In un progetto concepito con il sito di architettura Dezeen, immagina una struttura compatta e leggera che si ricopre lentamente di un bioplastico ottenuto da rifiuti organici, cioè prodotto nella cucina di casa. Ognuno sarebbe quindi responsabile della crescita della propria casa, disponendo strutture per fare emergere pareti. La bioplastica è un concetto ancora un po’ lontano dalla realtà, ma in linea diretta con le tendenze e i credo delle tiny house!