Li chiamano “placemaker” e sono i protagonisti delle rivoluzioni urbane. Veri e propri innovatori delle città, portatori di storie ispiranti, che inventano luoghi che prima non c’erano. Florinda Saieva e Andrea Bartoli ne sono un esempio lampante in quanto creatori di Farm Cultural Park, il centro di arte contemporanea che si snoda tra le vie e i palazzi del borgo siciliano di Favara (AG), dove oggi si alternano murales, installazioni, spazi per laboratori e mostre. 

Un suggestivo progetto di rigenerazione urbana che ha debuttato nel 2010 per ridare vita a un centro urbano, nell’entroterra della regione, che si stava svuotando e con tanti palazzi in rovina. Oggi Favara è la seconda attrazione turistica della zona dopo la Valle dei Templi e si sono moltiplicati negozi e b&b per accogliere i visitatori, senza contare il viavai di ospiti, tra intellettuali, creativi e studiosi, nella residenza per artisti. 

Dal 2010 a oggi il successo di Farm è stato confermato da premi prestigiosi, a partire da quello della Fondazione americana Curry Stone Design Prize, come una delle 100 esperienze internazionali con maggiore ritorno sociale nel mondo degli ultimi anni, ed è stato ospitato anche alla Biennale di Venezia per ben due volte, nel 2012 e 2016. 

La coppia che lo ha ideato continua a girare il mondo per raccontare il loro progetto, dagli Stati Uniti alla Cina. E pensare che prima di Farm, Florinda e Andrea, lei laureata in giurisprudenza e lui notaio, avevano preso in affitto una casa a Parigi, indecisi se lasciare la Sicilia e trasferirsi in modo definitivo nella Ville Lumière. Poi è arrivata Carla, la loro prima figlia, seguita da Viola, e le loro radici meridionali hanno avuto la meglio. Sono tornati a Favara, ma uniti dall’idea di rientrare per cambiare qualcosa, investire nel territorio. “Per non restare ingabbiati nella logica del lamento” dice Florinda Saieva per spiegare un concetto più che familiare per le nostre orecchie. E così sono riusciti a fare… ma Farm non è l’unica creazione, perché l’educazione dei giovani è un po’ un loro pallino. 

Così è nato il progetto SOU, la prima scuola di architettura per bambini. Che detto così, già fa sgranare gli occhi e pensare come può essere possibile, ma lo stupore aumenta quando poi si scopre che nel 2019 il gruppo di piccoli studenti è volato addirittura a Londra con le famiglie per incontrare l’archistar Norman Foster nel suo studio. Cose inaspettate, che succedono quando un’idea è coinvolgente e contagiosa. Ma entriamo nel vivo della scuola, con le parole di Florinda Saieva che ha risposto ad alcune nostre curiosità. 

©SOU
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SOU è un nome originale: cosa significa?

“Non è un acronimo, ma s’ispira al famoso architetto contemporaneo Sou Fujimoto. Io e Andrea abbiamo scoperto le sue creazioni durante un nostro viaggio in Giappone: è stato amore a prima vista. Ci hanno colpito la leggerezza delle strutture e l’attenzione alla condivisione degli spazi. I bambini della scuola di Favara hanno avuto anche l’occasione d’incontrarlo a Parigi. Prima che si concretizzasse SOU, la nostra idea era in realtà quella di realizzare un Children Museum a Palazzo Miccichè, ma l’investimento necessario per la ristrutturazione dell’immobile, che risale a fine Ottocento, era troppo alto e abbiamo virato verso il progetto di SOU. Quel palazzo però non è rimasto disabitato, perché è diventato il cuore di Farm e si è popolato di edere, palme tropicali, felci e altre piante, grazie all’installazione Human Forest”. 

©SOU
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Come si spiega l’architettura ai più piccoli?

Coinvolgendoli in modo ludico e stimolando la loro curiosità su più fronti. Per questo, ogni lezione, oltre a un docente fisso, ospitiamo in classe un esperto diverso, come botanici, paesaggisti, pedagogisti o giuristi con cui i bambini, suddivisi in gruppi, chiacchierano. Il format è semplice, ma puntiamo sul confronto tra fase di progettazione prima e di realizzazione poi. Ogni anno abbiamo un tema principale che condividiamo con tutte le sedi di SOU e al termine organizziamo una mostra e un viaggio (anche se negli ultimi anni è stato complicato a causa della pandemia)”.

E qual è il tema che tratterete durante quest’anno scolastico? 

“S’intitola Radical She e si focalizza sulla progettazione di genere. Questo significa che analizziamo gli spazi in cui viviamo, dalla casa alle strade cittadine, con un occhio attento, per educare i bambini alla libertà di pensiero, rendendoli consapevoli fin da subito. Per esempio: perché nelle nostre abitazioni quando si pensa a creare una stanza-studio è spesso destinata agli uomini? Oppure: perché i marciapiedi non sono progettati per chi ci cammina anche con un passeggino al seguito? Il nostro obiettivo è insegnare ai più piccoli, ai cittadini del futuro, a fruire degli spazi urbani in modo attivo. È come fare educazione civica a partire dall’architettura. La parità di genere nello specifico è un argomento a cui teniamo molto, e lo dimostra anche un altro nostro progetto a cui teniamo: si chiama Prime Minister ed è una scuola di politica al femminile, per giovani donne da 14 a 19 anni, con l’obiettivo di renderle sempre più consapevoli delle loro capacità”.

©SOU
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SOU non c’è solo a Favara: da chi arrivano le richieste per aprire queste sedi distaccate?

Soprattutto da associazioni, fondazioni e studi di architettura. Sono invece molto poche le domande da parte delle istituzioni pubbliche. I corsi sono gratuiti, e si svolgono un pomeriggio a settimana. L’età va dai 7 ai 12 anni, ma spesso partecipano anche bambini più piccoli. Al momento sono più di 20 le sedi di SOUx (si chiama così il format di SOU fuori dal borgo di Favara e da Farm) in tutta Italia. Tra le più recenti c’è Torino, ma ce ne sono altre in arrivo. Le prime sono state inaugurate a Ostuni, Firenze e Bari. A queste si affiancano i SOUx a domicilio, delle “scuole pop-up” che seguono un piccolo progetto annuale di rigenerazione urbana, come ad Asti e a San Salvo (CH) per esempio, magari anche all’interno di scuole, senza la necessità quindi di avere una location fissa”.