Il movimento architettonico moderno è tornato in voga tra gli appassionati di design e gli utenti di Instagram, simbolo controverso della seconda metà del XX secolo, idolatrato o screditato sin dall’inizio, il brutalismo monocromo associato alle periferie e altri sogni totalitari offre invece più sfumature… di grigio.

Controcorrente

Brutalismo… tra il brutto e il bruto? Affatto, il nome, internazionale per essenza, rimanda al francese “brut”: ovvero grezzo, lordo. Come la casa progettata con travi in metallo e mattoni a vista, costruita in Svezia nel 1950 e subito battezzata Nybrutalism (neobrutalismo) dall’architetto Hans Asplund. L’estetica grezza, verace e senza artifici ha poi scatenato un’onda brutalista in tutta Europa. Poco più tardi, l’architetto inglese Alison Smithson dichiarò, a proposito della Hunstanton School, tutto metallo e cemento: “È nostra intenzione in questo edificio avere la struttura interamente esposta, senza finiture interne, dove possibile.” Ma perché un tale ripudio dei decori e delle rifiniture? Tutto parte da una negazione dell’architettura nostalgica degli anni ‘40, che dopo la guerra provò a risuscitare le forme del passato, con il fine di mettere un punto al periodo cupo che visse l’Europa. Il ritorno alle scansioni trittiche dell’arte greca, le finte colonne e le travi non rispecchiavano però la realtà e l’essenza del materiale utilizzato (necessariamente economico), vale a dire il buon vecchio calcestruzzo.

Un certo minimalismo

Anche il brutalismo architettonico segue il principio “form follows function” (in italiano “la forma segue la funzione”), secondo cui la forma di un edificio o di un oggetto, dovrebbe riguardare principalmente la funzione e lo scopo dello stesso. Così fu disegnato il Barbican Centre di Londra, in una logica puramente utilitaria anche nel cuore della capitale vittoriana. Arti di cemento grigio e piattaforme univoche tracciano un percorso visuale che riflette la destinazione dell’edificio, pubblico per essenza ma di utilizzo residenziale.

Barbican Centre, Londra
Barbican Centre, Londra

Dallo stile tendenzialmente rigoroso e modernista, il brutalismo architettonico, può subire delle variazioni estetiche. Il pioniere fu Le Corbusier, che costruì la Cité Radieuse anche prima che il termine venisse coniato. L’architetto svizzero sosteneva: “L’architettura vuole, con materiali grezzi, stabilire rapporti commoventi”. E anche se oggi il rigore e, diciamolo, il degrado associato allo stile sono passati di moda, c’è da riconoscere una sensibile estetica del periodo. Testimoni oggi i numerosi post su Instagram che provano a “salvare” le opere brutaliste e i tentativi di riconoscerne alcune come parti del patrimonio. Un esempio lampante, lo vediamo con la Torre Velasca di Milano, conservata dal 2011. La peculiare forma “invertita” a fungo non era solo un modo di guadagnare preziosi metri quadri in centro città, ma è anche una celebrazione dello stile sforzesco e un richiamo alle fortezze medievali di Milano. Inoltre, si tratta anche di un modo di reagire alle costrizioni dei materiali classici, come la pietra, per abbracciare le possibilità del calcestruzzo, con proiezioni verso l’esterno. Un’innovazione per l’epoca, e anche oggi un haut-lieu della modernità - come dimostrano i 27.000 post su Instagram.

Torre Velasca, Milano
Torre Velasca, Milano

Sociale per essenza

Non solo cattedrali del potere e edifici pubblici: il brutalismo si promuoveva come l’architettura per tutti, ed era perfettamente indicato per i progetti sociali. In Inghilterra, gli ideatori del movimento, avevano come obiettivo quello di aumentare gli scambi interpersonali, la promozione della socialità fu resa possibile grazie alle "strade" interne nei palazzi, come nelle barre popolari di Park Hill, a Sheffield. Questo, ed altri progetti, saranno successivamente i precursori delle famigerate "strade nel cielo" diventate onnipresenti nei progetti di edilizia sociale negli anni '60 e '70. Se ci dovessimo fermare all’essenza di utilizzo di una strada, probabilmente ci verrebbe in mente un passaggio urbano fatto di cemento, che attraversiamo durante la giornata. Ma il concetto di “strade nel cielo” o passarelle sopraelevate, va oltre; secondo gli ideatori infatti, ovvero gli architetti Alison e Peter Smithson, queste passerelle sopraelevate avevano la funzione di separare il traffico veicolare da quello pedonale, favorendo così l'interazione sociale tra residenti. Queste “strade” rendono i movimenti interni all’edificio più fluidi, ricreando un senso di comunità negli spazi abitativi. Le Corbusier le avrebbe descritte come “una passeggiata architettonica”.

In aggiunta al fattore sociale e funzionale, troviamo anche l’aspetto economico. Infatti, il calcestruzzo ha un prezzo inferiore, e si risparmia anche sullo stucco. Oggi le Vele di Napoli, il Corviale di Roma o le Étoiles di Ivry sono decrepite e dimenticate. Ma all’epoca, poter costruire con lo stesso materiale una città in miniatura capace di fornire tutto il comfort e i servizi di un centro, era un sogno umanista condiviso da tutti gli architetti.

Park Hill, Sheffield
Park Hill, Sheffield

Una brutta fine

Se vi piace il cemento e l’arte maestosa, non mancate il tour dei monumenti sovietici attraverso l'ex-Jugoslavia, come ha fatto l’artista Yang Xiao in una serie di foto in light painting. Numerosi gli ammiratori sui social, avidi di strutture angolari che sfidando la gravità e di estetiche antecedenti al 1989. Infatti, anche se il brutalismo non si è mai guadagnato l’Unione Sovietica, il materiale e le forme di alcuni edifici richiamano comunque l’arte “ufficiale” del blocco dell’Est. Possiamo citare alcuni esempi: le dimensioni mastodontiche del Memoriale della Battaglia di Sutjeska, l’ufo in calcestruzzo di Buzludzha, l’inquietante Monumento alla Rivoluzione di Mrakovica, tutti associati al movimento contemporaneo. Se oggi il richiamo turistico di queste opere fa del bene all'economia dell’'ex-Jugoslavia, negli anni ‘90 la loro associazione con l’estetica brutalista ha segnato la fine del movimento stesso.

Per non parlare del degrado di alcuni di questi grandi progetti. Artefice del degrado è l’inutilizzo della vernice, la cui assenza provoca l’annerimento del cemento, attaccato da muffa, pioggia e ruggine. Inoltre, c’è l’aspetto sociale: a voler fare arte povera per i poveri, l’estetica grezza si è ritrovata associata all’abbandono delle periferie, la mancanza di mantenimento e il degrado. In Inghilterra oggi, 8 edifici su 10 in dirittura di demolizione, sono costruzioni brutaliste.

Il rinnovo dell’architettura “da vedere”

Eppure, Instagram non demorde: ultimamente, accorrono tutti al salvataggio del brutalismo, grazie all’hashtag #sosbrutalism. Sarà forse anche grazie al cinema? Ripensiamo, ad esempio, a qualsiasi film di fantascienza degli ultimi trent’anni. Alcune pellicole come Gattaca, Blade Runner, Arancia Meccanica, 1984, Il Grande Lebowski, Resident Evil, Hunger Games, sono tutti esempi in cui il blocchi di cemento “brutali” fanno da sfondo. Il senso del grandioso, l’essenza del futurismo avranno forgiato la nostra estetica, e per questo ci fermiamo sempre davanti alle grandi opere degli anni ‘60. Viverci? Mai. Ma da ammirare, i grandi palazzi pubblici, i tentativi di cementare la città oggi risuonano in noi. Oppure a muovere il movimento del salvataggio sarà un certo dovere ecologico, un senso del “quel che basta” che ci fa sognare questi edifici scortecciati, dove solo il minimo serve. O forse, il nostro ritrovato senso della città come apparato sociale. Se ripudiamo l’individualismo urbano degli anni ‘60, siamo comunque attratti dal vero senso sociale dietro le opere brutaliste: erano pur sempre progetti centripeti dove incontrarsi, camminare, sognare e mischiarsi. 

Per un nostro futuro verde, sociale e slow, hanno sicuramente qualcosa da tramandarci.