Bar, caffè, giardini pubblici, panchine di strada, librerie di quartiere o altri barbieri all’angolo: i luoghi di incontro organici della città italiana si fanno rari… mentre Starbucks si espande nel Paese: sbarca a Roma, a Verona, e a Milano. Si prevedono 17 altre insegne della sirenetta aperte entro il 2023, lasciando un po’ così gli Italiani, che mai rinuncerebbero all’espresso al volo del bar per “quel litrone di acqua sporca per turisti americani”. Ma succederà, perché a ben vedere non vende caffè; vende un’esperienza sociale antica e sempre d’attualità: il terzo luogo.

Un posto in cui si può solo essere

Il terzo luogo, secondo il sociologo americano Ray Oldenburg, che ha democratizzato il concetto, è quello spazio nell’urbanistica che non è laddove si vive (la casa), e neppure dove si lavora (l’ufficio). Più precisamente, come sviluppava nel suo saggio The Great Good Place, il Third Place è il terreno neutrale, quindi senza distinzioni di ceto o estrazione, in cui ci si può rilassare in pubblico, e dove nascono la comunità e la democrazia. Questi luoghi possono essere una piazzetta di quartiere, una biblioteca, un bar, un club – insomma posti essenziali alla vita sociale, “senza che nessuno abbia l’obbligo di esservi”. Sono ancore della vita comunitaria e facilitano e promuovono un’interazione più ampia e creativa, bilanciando gli squilibri degli altri due primi posti. È un tema diventato di grande attualità oggi, in quanto i “terzi luoghi”, da sempre esistiti, sono in via di scomparsa nelle grandi città.

Perché stanno scomparendo

Dopo un secolo di urbanizzazione ecco che i luoghi pubblici, quindi per natura gratuiti, cedono spazio agli ipercentri, per ricavare un numero sempre crescente di uffici (Second Place) o residenze (First Place), relegando in periferia i terzi luoghi artificiali, che però hanno una dimensione lucrativa prima che sociale: sono i grandi centri commerciali, gli stadi, ecc. Nel 2005 si calcolava che il Regno Unito avesse 3.144 locali notturni, cifra scesa a 1.733 un decennio dopo, per effetto di alcune leggi restrittive di protezione del vicinato, che paradossalmente hanno annichilito la vita notturna londinese, e quindi altrettanti terzi luoghi. Allo stesso modo, dal 2008, hanno chiuso il 35% dei locali musicali. Le cause? Multiple: l’alcool da supermercato, più economico, il divieto di fumo nei bar, internet, i prezzi esorbitanti. Un mix di buone intenzioni ed evoluzioni naturali della città, si direbbe, ma con il risultato di chiudere i punti di incontro, o farli pagare cari. Scotto finale, un imprescindibile indebolimento del tessuto sociale.

Perché la gentrificazione elimina le opzioni cheap

I terzi luoghi sono dei livellatori sociali. “Non danno importanza allo status dell’individuo in una società”, recita la definizione; “devono essere aperti e facilmente accessibili a coloro che li occupano”. Ma qualcuno deve pur sempre pagare per farli esistere. Certo, bar o barbieri, saloni di bellezza o club di lettura vivono grazie alla generosità degli “utenti” o soci, ma che dire delle biblioteche, dei giardini pubblici, dei centri sociali? Sono un costo, non un investimento, e ci vuole una municipalità forte per farli esistere.

Il terzo luogo è per natura un melting pot delle classi sociali, un luogo in cui si può esistere senza un budget o pretese sociali. Ma negli inaccessibili “centro città”, la gentrificazione ha portato all’hipsterizzazione dei posti economici, e quindi alla selezione della clientela. 

Un’altra segregazione è apparsa con i mall di periferia, destinati teoricamente a tutti, ma in realtà frequentati dalle classi sociali che non si possono permettere il centro città. Di più, con la loro pletora di offerte, attività, distrazioni, le grandi superfici commerciali non lasciano spazio alla “conversazione leggera” e al “gruppo di soliti frequentatori” che costituiscono un altro aspetto del terzo luogo. 

E poi, ultimo ma non meno importante: facciamo tutto online. Shopping, incontri, discussioni, attività, lettura: internet ha scombussolato il concetto stesso di terzo luogo, per sua natura “posto fisico” che ci appartiene sempre meno. Il caffè non si prende più al bar, ma da soli a casa. Il giardinaggio non si fa più in orti condivisi, ma sulla terrazza; la lettura si sposta sul Kindle; gli incontri sulle app; le serate gioco da tavolo si “accendono” su Zoom.

Sempre più importanti invece le comunità di interessi, i videogiochi multiplayer, le sessioni di yoga, di sport, di meditazione di gruppo. Soddisfano sempre il contesto di personalizzazione, permeabilità, avvicinabilità e comodità del terzo luogo. Ad esempio, uno studio di Oxford Academic notava quanto le comunità virtuali online costruite all’interno di videogiochi condividano le stesse caratteristiche dei terzi luoghi tradizionali, in particolare l’aspetto di equalizzazione sociale. Questi giochi permettono agli utenti di interagire attraverso il loro personaggio, o avatar, che funge da medium per il giocatore e rimuove i suoi identificatori sociali.

Internet ha scombussolato il concetto stesso di terzo luogo
Internet ha scombussolato il concetto stesso di terzo luogo

Un terzo luogo senza luogo definito, si direbbe. Più che luogo quindi si celebra il terzo tempo, quella fetta della giornata 3x8 inventata durante le rivoluzioni sociali degli anni ’30, che non è il riposo, né il lavoro. Ma ritorniamo a Starbucks: che ne facciamo di questi posti che mischiano gli usi e le definizioni?

Quarti, quinti posti?

A Toronto, il 40% dei lavoratori sarebbe disposto a pagare per lavorare in un luogo diverso da casa o dall’ufficio. Questo studio di Accenture, e tanti altri effettuati dopo la pandemia, traduce quanto i confini tra gli usi e i posti si stiano assottigliando. Pagare di più per non essere a casa, e non approfittare dell’ufficio, il tutto per lavorare e non socializzare? Beh, sembra che ci sia un mercato per questo. Tutte queste nuove forme di interagire potrebbero costituire una classe a parte, un Fourth Place, secondo Arnault Morisson

Tra uso privato e pubblico, ufficiale e sociale, il terzo posto muta ma non sparisce
Tra uso privato e pubblico, ufficiale e sociale, il terzo posto muta ma non sparisce

Nell’economia del sapere, il ricercatore ha scandagliato Parigi alla ricerca dei posti che non rientrano nella tipologia tradizionale dei luoghi. Nuovi ambienti sociali della città della conoscenza possono combinare elementi del primo e del secondo luogo (la convivenza, o coliving), del secondo e del terzo luogo (il famoso coworking) e soprattutto del primo e del terzo luogo (il commingling, o il mischiarsi). E visti i drastici cambiamenti che i lockdown hanno portato, si presume anche l’esistenza di un quarto o quinto posto. Sarebbe ad esempio, il luogo fisico che cambia uso durante la giornata: domicilio di notte, ma studio di giorno. Oppure lo spazio di coworking che si trasforma in caffè dopo le sei. Tra uso privato e pubblico, ufficiale e sociale, insomma il terzo posto muta ma non sparisce.