2020: Apple presenta il primo Macbook dotato di un processore fatto in casa e firma così il divorzio con l’alleato di sempre, Intel. È un colpo allo stomaco per la firma storica dei chip, che ha quasi coniato il termine “Silicon Valley” e creato l’economia mondiale degli ultimi 40 anni. Un brutto segnale per la scena tech californiana, che pone la domanda: c’è ancora bisogno di una Silicon Valley?

L’esodo dei Big

A rassicurarci sulla salute della Valle arrivano le cifre. Il 44% dei Capital Venture americani è investito nelle startup della SFBA (San Francisco Bay Area), che attirano 1 milione di lavoratori nel settore tech (1 su 3!) È proprio la concentrazione di capitale e di manodopera qualificata ad aver fatto il successo della Silicon Valley, dove si creano unicorni in tempi record. Ma allo stesso tempo, si nota un declino decennale degli investimenti e 660 compagnie hanno deciso di lasciare il Golden State di recente, un deficit di 54 miliardi di dollari per la California. I GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), sotto l’occhio anti-monopolio del Congresso, sono a rischio smantellamento. Il crollo del loro business model sarebbe un terremoto per l’economia della regione. Altra pecca? L’immobiliare: la famiglia californiana media, anche con un reddito di 100.000 dollari annui, non può permettersi i monolocali da 2.000 dollari mensili della metropoli. Chi vive più lontano affronta ore di traffico quotidiano. E gli investitori e fondatori di startup temono le tassazioni retroattive sul patrimonio e gli uffici da 900 dollari al metro quadro. Capiamo ormai perché altri stati US fanno l’occhiolino alla Big Tech.

Google cambia aria
Google cambia aria Come tante startup della Silicon Valley, Google potrebbe lasciare la California per altri hub tecnologici più promettenti.

I nuovi hub statunitensi

Lo scorso mese, il sindaco di Miami ha spudoratamente ricoperto San Francisco di pubblicità per attirare i techies nell’autoproclamato eldorado floridiano. Il Texas, esentasse per le corporazioni, è la destinazione numero uno dei profughi della West Coast, tra cui la SpaceX di Elon Musk (e presto la Tesla). Così Apple investe 1 miliardo nel nuovo campus di Austin, e addirittura i veterani Oracle (fondato nel 1977) e Hewlett Packard (nella Valley dal 1939!) si installano a Houston. Anche le multinazionali vogliono scappare: Amazon trasferisce la sua sede in Virginia (in un grattacielo del tutto particolare), Facebook investe una torre intera a New York; anche il Midwest, conservativo e remoto, riesce ad ammaliare gli imprenditori. E che dire del Colorado, l’eden della Canapa Tech (2.2 miliardi nel 2020), ormai nido di Twitter e Google? La nuova diaspora del settore farà del bene al mercato, suggerisce Adam Sharp di Early Investing: “Le startup innovative nasceranno su tutto il territorio, più vicino alla manodopera, con più ridistribuzione delle ricchezze. Oltre agli angel investors, molte comunità di investitori sfrutteranno il crowdfunding per lanciare compagnie innovative”.

Il Texas attira i techies
Il Texas attira i techies Gli USA promettono abbattimenti fiscali e manodopera qualificata per le compagnie innovative della tech, come SpaceX o Tesla.

La spinta dell’Asia

Tre quarti dei tech workers nella SFBA sono stranieri. Con la pandemia e il drastico taglio ai visti di lavoro sotto l’amministrazione Trump, la Silicon Valley ha lasciato gran parte della sua forza innovativa a casa. E questa casa è l’Asia: la Cina delega al Vietnam lo status di fabbrica del mondo per diventare invece un hub innovativo. Non c’è più “progettato in California, fabbricato in Cina” come vanta Apple: le nuove tecnologie sono concepite direttamente lì. Precisamente a Shenzhen, dove per esempio il mastodonte della comtech Tencent (WeChat) fa costruire un campus dall’architettura supermoderna. I droni, un mercato di 50 miliardi, sono l’unico gadget moderno ideato fuori dalla California e il monopolio ce l’ha DJI, un figlio della città-fabbrica. In verità, la Silicon Valley non è più al centro da anni: i processori più avanzati sono fatti a Taiwan, e tutti gli smartphone a parte l’iPhone e Samsung (Corea), sono ideati e prodotti tra Shenzhen e Pechino. A far da ponte tra la Cina e l’Occidente, ci sono Singapore (patria del primo taxi volante elettrico), e la sempiterna capitale finanziaria: Hong Kong.

Taiwan, la nuova darling della Tech
Taiwan, la nuova darling della Tech La capitale industriale dell'Asia diventa un polo di innovazione grazie agli investimenti occidentali.

Anche l’India riporta a casa i figli prodighi: se da anni Bangalore accoglieva il supporto tecnico dell’Occidente, ormai è un incubatore di startup alla scala di una metropoli. Microsoft, Google, WeWork vi hanno uffici. Una miriade di piccoli tech business, fino ai mastodonti dell’e-commerce come Flipkart, approvvigionano il mercato nazionale con sistemi di pagamento o app da smartphone. Con un serbatoio di un miliardo di potenziali utenti, anche Apple vi ha promesso un trasferimento di tecnologie. Molto più al sud, anche la remota Nuova Zelanda rivendica il titolo di Silicon Valley, grazie all’afflusso di “ritornati dal Covid”.

Le nuove piattaforme europee

E l’Europa, in tutto ciò? Il vecchio continente non può competere con i megahub americani, nemmeno con la concentrazione di risorse dell’Asia, ma conosce da più anni una costante crescita della scena startup. Si tratta soprattutto di incubatori pianificati dalle città stesse, come il Fintech di Milano (dove siamo noi!) o la Station F a Parigi. Di recente, due disastri hanno accelerato le cose. Prima la Brexit: lo scisma britannico sta invertendo la fuga dei cervelli, e gli Italiani stanno tornando al Sud e riportano competenze, internazionalità e network, così da ricreare aziende “virtuali” direttamente in paese. Poi, la recente pandemia del Covid ha accelerato lo smartworking e “diffuso” le risorse umane su tutto il territorio, quindi niente più bisogno di hub. Lo dimostra Lisbona, che grazie ad una politica progressista, un basso costo della vita e un clima generalmente clemente, ha attirato una diaspora intera di free-lance a cui serve solo la wifi per lavorare. Persino Andorra, la città esentasse pirenea, ha scoperto la sua vocazione da influencer con l’arrivo massiccio dei Youtubers. Come mostrava un sondaggio recente, se tutto fosse da rifare, il 42% di compagnie della tech americana opterebbe per lo smart working con manodopera dispersa – solo il 28% resterebbe a San Francisco. Dalla California all’Oceania, anche se il concetto di Silicon Valley sta perdendo forza, le startup godono di ottima salute!

L'Europa alla riscossa
L'Europa alla riscossa Anche senza le risorse dell'Asia, più città europee come Milano investono in incubatori per startup privati-pubblici.