È sempre il momento giusto per andare a Venezia, ma adesso, e fino al 27 novembre, ancora di più. La 59. Esposizione Internazionale d’Arte ha debuttato in grande stile con un’edizione post pandemia curata da Cecilia Alemani, italiana che vive a New York, dove dal 2011 è direttrice e capo curatrice del programma di arte pubblica High Line Art.

Maria Eichhorn, Relocating a Structure.
Maria Eichhorn, Relocating a Structure. German Pavilion 2022, 59th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, 2022, detail: Foundations of the rear wall from 1909; join between sections of the building from 1909 and 1938; rear wall of the building from 1909, interior wall from 1938, demolished in 1964; wall lettering; doorway to the right side room from 1909, walled up in 1912; examination of plaster layers; doorway to the right side room from 1909, walled up in 1912, reopened in 1928, walled up in 1938, exhibition view, © Maria Eichhorn / VG Bild-Kunst, Bonn 2022, photo: Jens Ziehe

Una mostra concepita in un periodo di grande instabilità e incertezza, che ha costretto a posticipare di un anno questa edizione: un evento che si era verificato solo durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. “Per la prima volta la direttrice artistica - spiega Alemani - non ha potuto vedere dal vivo molte delle opere in mostra, né ha incontrato la gran parte delle artiste e degli artisti inclusi. In questi interminabili mesi passati di fronte a uno schermo, mi sono chiesta più volte quale fosse la responsabilità dell’Esposizione Internazionale d’Arte in questo momento storico, e la risposta più semplice e sincera che sono riuscita a darmi è che la Biennale assomiglia a tutto ciò di cui ci siamo privati in questi ultimi due anni: la libertà di incontrarsi con persone da tutto il mondo, la possibilità di viaggiare, la gioia di stare insieme, la pratica della differenza, della traduzione, dell’incomprensione e quella della comunione. Non è una mostra sulla pandemia, ma registra inevitabilmente le convulsioni dei nostri tempi. In questi momenti, come insegna la storia della Biennale di Venezia, l’arte e gli artisti ci aiutano a immaginare nuove forme di coesistenza e nuove, infinite possibilità di trasformazione”. Da qui nasce anche la scelta del titolo, Il latte dei sogni: riprende quello dei libri di favole della scrittrice e illustratrice britannica Leonora Carrington, che racconta un mondo magico dove la vita si reinventa di continuo grazie all’immaginazione. Un universo dalle infinite possibilità, dove puoi cambiare e diventare altro, fuggendo da un’identità per forza coerente. Proprio come ha fatto l’autrice durante la sua vita. “L’esposizione Il latte dei sogni sceglie le creature fantastiche di Carrington, insieme ad altre figure della trasformazione, come compagne di un viaggio immaginario attraverso le metamorfosi dei corpi e delle definizioni dell’umano” sottolinea la curatrice.

La Biennale è green

Sono 213 gli artisti e le artiste (di cui 180 ci partecipano per la prima volta) provenienti da 58 nazioni che espongono le loro opere dal Padiglione Centrale ai Giardini fino alle Corderie e alle Artiglierie, e negli spazi esterni delle Gaggiandre e del Giardino delle Vergini nel complesso dell’Arsenale. Intorno al fulcro dell’esposizione ruotano poi gli 80 padiglioni, dedicati alle nazioni, e 30 eventi collaterali, in giro per la città, che spaziano dalla pittura alla fotografia. L’intento è quello di continuare, per tutti gli eventi in programma, sulla stessa strada già intrapresa dalla 78. Mostra del Cinema, che nel 2021 ha ottenuto la certificazione di neutralità carbonica. Ecco perché anche durante la 59. Esposizione Internazionale d’Arte, l’attenzione all’impatto ambientale sarà molto alta. A partire dall’utilizzo di materiale riciclabili per gli allestimenti all’utilizzo di energia elettrica integralmente da fonti rinnovabili certificate, fino ai consigli di buona pratica ambientale rivolti ai visitatori (come l’evitare l’uso di bottiglie di plastica: su www.venicetapwater.com si possono trovare le fontane dove riempire la borraccia).

Małgorzata Mirga-Tas, Re-enchanting the World
Małgorzata Mirga-Tas, Re-enchanting the World Padiglione della Polonia © Photo: Daniel Rumiancew

Da dove iniziare la visita

La prima foto della Biennale d’Arte condivisa da Cecilia Alemani sul suo profilo Instagram è Elefant/Elephant, una scultura di Katharina Fritsch, che ha ricevuto il Leone d’oro alla carriera: un pezzo potente, realizzato in poliestere e dalla tonalità verde scuro, che si trova proprio all’inizio dell’esposizione, nella sala affrescata da Galileo Chini al Padiglione Centrale. Da qui inizia un percorso che mette in mostra opere contemporanee e nuove produzioni concepite ad hoc, soprattutto da donne, accanto a pezzi storici dall’Ottocento in avanti.

Katharina Fritsch, Elefant/Elephant,
Katharina Fritsch, Elefant/Elephant, 1987, Polyester, wood, paint, 420 × 160 × 380 cm, with the additional support of Institut fur Auslandsbeziehungen – ifa, 59th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, The Milk of Dreams. Photo by Marco Cappelletti | Courtesy: La Biennale di Venezia

“Le aree tematiche sono tre: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra. Poi, distribuite lungo il percorso espositivo al Padiglione Centrale e alle Corderie, cinque piccole mostre tematiche a carattere storico costituiscono una serie di costellazioni nelle quali opere d’arte, oggetti trovati, manufatti e documenti sono raccolti per affrontare alcuni dei temi fondamentali della mostra. Concepite come delle capsule del tempo, queste micro-mostre forniscono strumenti di approfondimento e introspezione” racconta Alemani. A curare questi cinque microshow (ma anche il layout generale dell’esposizione) sono i designer di Formafantasma, che hanno sfruttato l’uso di tessuti e colori per caratterizzare ogni capsula del tempo in base alle esigenze curatoriali. Si va quindi dai toni ocra e dalle superfici ricoperte di tappeti della prima, ai toni pastello, con un’attenzione particolare all’arte testuale e al linguaggio, nella seconda; con la terza si trova uno spazio più asettico e freddo perché richiama il mondo industriale, la quarta è caratterizzata da una forma ovale e una palette dal bianco caldo al rosa, e infine la quinta, dove la parola va alle artiste del Novecento che nelle loro opere hanno immaginato nuove combinazioni tra umano e artificiale. Come Elefant/Elephant, anche ad aprire il percorso all’Arsenale c’è una grande scultura: è Brick House di Simone Leigh, donna che rappresenta gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia. Alle Corderie si fanno notare altre due installazioni dal formato gigante, come il labirinto di terra dell’artista colombiana Delcy Morelos e l’installazione diafana di Kapwani Kiwanga, dove la presenza umana man mano scema per lasciare spazio a creature ibride e robotiche.

I padiglioni nazionali da non perdere

Ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia, la mostra è affiancata dagli storici Padiglioni di 80 Paesi. Ognuno offre la sua interpretazione personale del tema Il latte dei sogni. Tra questi, Repubblica del Camerun, Namibia, Nepal, Sultanato dell’Oman e Uganda partecipano per la prima volta. Assente la Russia: a febbraio il curatore e gli artisti si sono dimessi dopo l’invasione dell’Ucraina, annullando la partecipazione. A poca distanza da dove avrebbe dovuto essere il padiglione, allo Spazio Esedra dei Giardini della Biennale, c’è invece Piazza Ucraina, un’installazione progettata dall’architetta ucraina Dana Kosmina, dove alcune opere circondano una pila di sacchi di sabbia, gli stessi usati per proteggere i monumenti dai combattimenti. Il Padiglione Italia si trova alle Tese delle Vergini in Arsenale, con la mostra intitolata Storia della notte e destino delle comete, a cura di Eugenio Viola e un’opera unica di Gian Maria Tosatti, nato a Roma nel 1981. Qui, il visitatore viene invitato più volte al silenzio per godersi un’atmosfera poetica che, dopo un ingresso che lascia spazio a luoghi di lavoro vissuti di un ex cementificio e di un laboratorio tessile, raggiunge il suo culmine nell’ultima sala, oscurata, dove sullo sfondo si spengono e accendono le lucciole. Francia, USA e Gran Bretagna sono i padiglioni dove ci sarà più fila da fare all’ingresso. In particolare, la Francia, con il suo I sogni non hanno titoli progettato da Zineb Sedira, è molto coinvolgente perché trasporta in un racconto tra cinema e realtà, con incursioni nel suo passato coloniale e in Algeria. La Black Culture domina anche nel padiglione americano, tra i più attesi della Biennale: qui torna Simone Leigh con un’altra scultura imponente, dal titolo Sovereignty, che accoglie i visitatori e si rifà alla tradizione artistica africana.

“The Concert”, Latifa Echakhch,
“The Concert”, Latifa Echakhch, Padiglione svizzero alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia Foto: Samuele Cherubini

La top five degli eventi collaterali

Il mondo onirico della 59. Esposizione Internazionale d’Arte batte forte e pulsa anche nelle mostre e installazioni collaterali ammessi dalla curatrice Cecilia Alemani. Sono 30 e vederli tutti è una mission impossibile, per questo ne abbiano selezionati cinque molto potenti e simbolici. Partiamo dallo Spazio Louis Vuitton, dove l’installazione Apollo, Apollo, inserita in un ambiente nero, presenta l’immagine delle mani di Katharina Grosse, l’autrice, stampata su una maglia metallica, che raffigura il momento in cui i confini tra il corpo dell’artista e la materia colorata si confondono nell’atto creativo. A Palazzo Vendramin Grimani, l’artista messicano Bosco Sodi, noto per il suo uso di materiali naturali grezzi per sculture e dipinti di grandi dimensioni, punta sempre sulla matericità e le sue tele nascono attraverso una tecnica che utilizza strati di miscela di segatura, pasta di cellulosa, colla e pigmento. Rilievi, sculture, installazioni in carta hanji (carta di gelso coreano) e, come punto focale, la struttura architettonica site-specific creata in dialogo con l’architetto Stefano Boeri a Palazzo Contarini Polignac sono il fulcro di Times Reimagined, un laboratorio estetico di Chun Kwang Young, artista che da circa trent’anni lavora sui temi dell’interconnessione tra esseri viventi. La carta torna protagonista anche al Negozio Olivetti, in piazza San Marco, dove sono esposti una selezione di disegni realizzati da Lucio Fontana tra il 1946 e il 1968 e una serie di opere su carta e quaderni, che percorrono tutti gli aspetti della ricerca dello scultore britannico Antony Gormley. Non poteva che essere a Murano, infine, la mostra dell’ungherese Vera Molnár, incentrata su un nuovo progetto espositivo, Icône 2020. Si tratta della prima scultura in vetro creata dall’artista, classe 1924, in una carriera che abbraccia oltre ottant’anni, ed è arricchita da schizzi preparatori, dipinti su tela, grafiche al plotter originali e materiale di documentazione.